In morte di un benefattore: Angelo Ghezzi

 

In Die Trigesimo

 

Il 21 marzo 2008, in un gelido Venerdì Santo, reso ancor più cupo da un freddo vento boreale, è morto Angelo Ghezzi, grande amico della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica.

Una morte inattesa, improvvisa e solitaria, scoperta solo qualche tempo dopo dagli amici, turbati da un inesplicabile silenzio. Se ne è andato così il signor Angelo, senza che nemmeno potessimo salutarlo, in quel grande deserto marcescente che è la Milano di oggi. Una poverissima Milano, frantumata dal melting pot, saccheggiata e sbeffeggiata da una classe dirigente proterva e autoreferenziale e da una corte dei servi e valletti che occupa i palazzi dorati del governo locale, profanata da un degrado morale e materiale spesso indicibile, atomizzata e disgregata in mille e mille appartamenti fatti di nulla. Se ne è andato in Via Padova, uno dei tanti atolli di una tragica post-milanesizzazione, laboratorio di sperimentazione per future barbarie, che i belletti e le ciprie di un identitarismo di facciata e d’occasione non riescono nemmeno a scalfire. Se n’è andato nella sua casa che tante volte ci aveva visto graditi e attesi ospiti. 

In questa megalopoli da dimenticare, il signor Angelo viveva una solitudine fatta di decoro, tipico di quella vecchia Milano che sparisce con il cadere delle generazioni, una solitudine ricca di ricordi ma anche di tante nobili amicizie, vissute con gioioso trasporto, non senza tanto incredulo sgomento di fronte alle lacerazioni di un tessuto sociale, irrimediabilmente vulnerato, e di fronte alla generale decadenza e volgarizzazione dei costumi e delle relazioni umane.

In questi ultimi due anni aveva seguito, con trepida attenzione e intima convinzione, i primi passi del Fronte e della battaglia intrapresa da Max Ferrari per risollevare la bandiera dell’indipendentismo in Lombardia dalla polvere e dal meschino abbandono dov’era caduta. Di Max chiedeva notizie e ragguagli, a Max, tramite noi, passava notizie e suggerimenti. Seguiva anche con crescente partecipazione le attività del Centro Studi “Albertario”, ai cui convegni era una presenza costante e attenta. 

Dopo una vita dedicata al lavoro nella pubblica amministrazione comunale (aveva vissuto da vicino la Milano del sindaco Aniasi negli Anni Settanta) e alla cura amorevole di un’anziana zia, portava avanti, con discernimento e soprattutto intelligenza, le nobili passioni della lettura e dell’approfondimento, con spiccata attenzione alle belle arti e alla storia, dando più volte dimostrazione a noi universitari di una cultura versatile e umanisticamente profonda, ben più profonda di tanti nostri colleghi, muti o cianciosi figuranti del Nuovo Ordinamento. 

Ci mancherà il signor Angelo, ci mancheranno le sue visite alla Cap, i suoi pranzi con noi, i piccoli e grandi gesti di attenzione e affetto che spesso ci riservava, ci mancherà la sua discrezione nel chiedere e nell’attendere, ci mancherà la sua capacità di leggere profondamente nei cuori di chi incontrava, di valutare attitudini e il “valore” di ciascuno di noi militanti, con un metro di serietà e rigore, non disgiunto dal sorriso e dal motto arguto.    

Si suole dire, umanamente, che morendo perdiamo ogni cosa. Certamente non perdiamo quello che abbiamo donato. E il signor Angelo ce li ha lasciati questi segni, tanti, piccoli e grandi, di una benevolenza intensa e diffusa, come di chi sentisse di dover concludere prima il corso delle propria vita e per questo donasse con maggior larghezza. Per questo e per mille altri motivi non potrà essere dimenticato. E anche io non potrò dimenticarlo. Requiescat in pace.

 

Piergiorgio Seveso