Rex
Scriveva Davide Alemanni, allora direttore de “Il Cinghiale Corazzato”, sul numero di un ormai lontanissimo dicembre 2003: “E’ inaudito come si sia cercato di difendere l’immagine del Cristo crocefisso come se fosse un simbolo socio-culturale. Non lo è. Quella è la rappresentazione della morte del Figlio di Dio, e in quanto tale, andava difesa. Così facendo si è solo sminuito il valore di un simbolo religioso, utilizzando il Cristianesimo a proprio vantaggio, salvo poi scaricarlo appena girato l’angolo”.Permetterete anche a me di aggiungere qualche considerazione che approfondisca queste apprezzabili affermazioni e di farlo, non svestendo i panni del “politico” ma proprio in quanto “politico” che voglia andare alle radici del proprio agire e non limitarsi a coltivare l’hortus clausus dei propri egoismi partitici (o, peggio, partitocratici).
Sono passati sei anni da allora ma questo foglio non ha certo cambiato idea. Come avrebbe potuto? La Croce sta sempre lì, piantata come una gigantesca e poderosa insegna trionfale sul Globo, segno dell’evento eminentemente e assolutamente storico della Redenzione (Passione, Morte e Resurrezione di Cristo). I secoli non La scalfiscono, al massimo la polvere del secolarizzazione illuminista e dei totalitarismi (liberale, democratico, nazionalista, social comunista fa poca differenza) ha tentato e tenta di offuscarNe la luminosità ma non può lambirNe il contenuto e la forza. Nè tantomeno poteva scalfirLa la “Corte europea dei diritti umani di Strasburgo”con la sua “sentenza” dell’inizio di Novembre 2009, finalizzata ad espellerLa dalle scuole delle nostre terre: gracidar di ranocchi nelle acque putride dello stagno europeistico non sale al cielo. Il dibattito politico che ne è seguito nello stato italiano è stato ovviamente all’altezza delle sue normali bassezze, triturando, con poche variazioni, un tema tanto elevato nelle consuete schermaglie bipolariste (destra vs sinistra, “cattolici” vs “laici”). Per rendere più serio e più chiaro il dibattito, sarebbe stato necessario pronunciare due semplici lettere. “Re”. Il Crocefisso, Cristo, dovrebbe stare appeso ai nostri muri (e non solo sui muri), per il semplice motivo che è Re. Re per diritto di natura perché ci ha creati, Re per diritto di conquista perché ci ha redenti (come diceva Papa Pio XI nell’enciclica “Quas primas” che istituiva nel 1925 la festa di Cristo Re). Non un segno meramente identitario (quasi si potesse separare l’effetto: “cio che si è” dalla Causa “cio per cui si è”) ma di appartenenza sostanziale, non solamente un “simbolo di amore universale” ma anche una spada che separa e divide, non un mero oggetto di devozione privata (dove una visione caricaturale e minimalistica della Religione vorrebbero confinarlo) ma un simbolo di Autorità e Sovranità per tutti i singoli e per tutta la società (nel suo aspetto sia meramente sociale che politico). Quindi qualsiasi “battaglia per il Crocefisso”, quando non fosse una mera posa elettoralistica o peggio una strumentalizzazione neoconservatrice, che ignorasse questo fondamentale presupposto, risulterebbe errata in partenza, dal momento che tra il rigettare la Croce e misconoscerla in una visione meramente privatistica, poetico-sentimentale e postmoderna (quasi che la distinzione tra un Vero e un falso culto non sia un fatto eminentemente PUBBLICO e POLITICO), non corre de facto alcuna differenza.
“Non vogliamo che Costui regni su di noi”, “Non abbiamo altro re che Cesare”: queste frasi risuonano oggi come duemila anni fa risuonavano nel Castro Pretorio, ma a pronunciarle non vi è più la judaica turba, fanatizzata e aizzata dai suoi supremi rappresentanti, ma una ben più nutrita schiera di malvagi professionali, di superuomini protervi e ignoranti, di opportunisti meschini, di disinformati blindati di certezze e di pavidi e di distratti di tutte le coloriture. È sempre l’ora di Giuda e di Barabba, ieri come oggi. E allora chi Vi difenderà, o Signore?
Alcuni ci provano, mettendosi accanto e all’ombra di questa Croce e sperando nella pietà di Chi vi sta, regnante e trionfante come su un trono di Passione e di Vittoria.
Piergiorgio Seveso